Baseball: 2 mln $ per una figurina.

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28 febbraio 2007
Autore: Sportivo

C’è una figurina preziosa, nel suo genere, come la Gioconda di Leonardo. Una bestemmia? Non a giudicare dal prezzo pagato per accaparrarsi l’effige del giocatore di baseball Honus Wagner: 2,35 milioni di dollari, inutile dirlo, un primato assoluto. Altro che Pizzaballa, la figurina che nel 1964 fece impazzire migliaia di ragazzini che quell’anno non riuscirono a terminare l’album, perché l’allora portiere dell’Atalanta era introvabile.
In America, il collezionismo è un virus contagioso: niente gioco del muretto o scambi nei gabinetti delle scuole, le figurine qui sono faccende da adulti e un passatempo costosissimo. La foto un po’ sbiadita di Honus Wagner con la maglia dei Pittsburgh Pirates del 1909, uno dei più grandi giocatori delle Major League nel primo ventennio del secolo scorso (per otto stagioni su ventuno da lui giocate vinse la classifica di miglior battitore), rappresenta l’esempio più calzante, anche se molte altre figurine si vendono ormai nell’ordine delle decine di migliaia di dollari.
Wagner è quasi introvabile: pare esistano in circolazione solo una sessantina di altri esemplari. La ragione di tale rarità ha motivi nobili: quando uscì, venduta all’interno di confezioni di tabacco, Wagner, evidentemente contrario al consumo di quel prodotto, si oppose all’idea di associare il suo nome al fumo e alla masticazione delle foglie, e ne bloccò la produzione. Quella piccola cartolina, ancora ben conservata, era stata comprata nel 1991 da Wayne Gretzky, campione dell’hockey ghiaccio assieme al proprietario dei Los Angeles Kings (Nhl), Bruce McNall, per una cifra che stabilì subito un primato: 451mila dollari.
Primato sbriciolato nel 2000 quando i due l’ avevano rivenduta per 1,265 milioni e lunedì quando è stato stabilito il nuovo indiscutibile record mondiale. La “Gioconda”, la “Regina delle figurine”, “Il Santo Graal”, ecco i nomi più celebri con cui si fa riferimento alla figurina. Neppure Honus, nato vicino a Pittsburgh da emigranti bavaresi, poteva sospettare che per via di quella sua ferma opposizione a uno dei vizi più diffusi all’epoca in cui il cancro era ancora un male semisconosciuto, sarebbe diventato prezioso come un quadro del Louvre.

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